23. mar, 2016

QUANDO UN LUNGHISSIMO DIVENTA PIU' CORTO (RIETI 20 MARZO 2016)

Mi ritrovo oggi a scrivere queste righe cercando di far comprendere come, appena tre giorni fa, un passato datato 19 marzo sia di fatto adesso inteso da me come appartenente a un’epoca remota: un qualcosa che è molto distante dalla riconquistata fiducia che ha ripreso possesso della mia anima, finalmente rasserenata, condizione essenziale affinché le mie gambe, pur con tutti i limiti che possiedo, continuino ad accompagnarmi fino al traguardo.

Un pezzo di me s’era rotto in una ventosa mattinata di metà febbraio: fino ad allora mi sentivo finalmente leggero, tonico, forte e senza dolori. I miglioramenti non erano certificati solo dal cronometro ma mi sentivo veramente felice di correre, anche nelle prove più intense di qualità. Ma dovevo intanto cominciare a pensare alla maratona, ecco quindi che quel latente ma quasi impercettibile dolore al gluteo fino ad allora sotto controllo, si trasformava in un qualcosa di più serio e proprio nel bel mezzo della prima uscita lunga dedicata, allenamento poi interrotto attorno al ventesimo km, non senza essermi prosciugato nel tentativo di ritornare alla macchina continuando comunque a correre. Intendiamoci: infortuni e periodi dolorosi ne ho attraversati parecchi da quando pratico running. In un certo senso ne sono avvezzo e possiedo la resilienza necessaria per superarli, tuttavia trascinarsi per casa come un settantenne e non aver potuto praticare per un certo periodo, se non blandamente e faticosamente, la mia amata corsa, aveva minato non poco le mie certezze.

Dal parabrezza della mia auto andando a Rieti, assieme al paesaggio intravedo che prendono forma i miei pensieri: da un lato c’è ormai il rifiuto per una forma di corsa, quella lunga e prolungata, che periodicamente mi fa tanto soffrire, dall’altro ripenso a cosa voglia dire in fondo essere Maratoneti. Rievoco quindi i momenti nei quali non ho comunque gettato la spugna: il lungo da 32 km lacrime e sangue, il bigiornaliero da 30 km svolto letteralmente con una gamba sola, i km aggiuntivi messi subito dopo la Romaostia e dopo alcuni lavori di ripetute, quindi altri km, tanti, corsi con le gambe stanche e prosciugate di glicogeno, quel correre senza luce, senza gioia, nel disperato tentativo di riadattarsi a livello tendineo e muscolare alla corsa lunga e a soffrire organicamente con le scorte di zuccheri ridotte al lumicino. Perché la maratona è questa: come un fiume che con la sua acqua richiama la vita, umana e animale, la corsa di Fidippide è un fiume colorato che attira migliaia di anime, molto spesso col solo scopo di vivere quel giorno magico in cui una città si ferma per te, dove perfetti sconosciuti a bordo strada stanno lì ad incitarti e ad accompagnarti idealmente al finish line, e se quel giorno sarai riuscito anche a dare il meglio di te stesso, allora i tuoi occhi non resteranno asciutti ogni qual volta rivivrai dentro di te il film delle emozioni che hai vissuto.

Emozioni che ho provato ben undici volte finora, ma sapere di cosa si trattasse non bastava tuttavia a farmi ritornare la voglia di riviverle, almeno fino alla mattina del 20 marzo, ed era questo l’aspetto più angosciante: non si possono affrontare i 42,2 km senza averne la dovuta convinzione.

Appena arrivato a Rieti, sostando vicino al bar “Maccarone” a cui è intitolata la manifestazione, la simpatia dei compagni di team è subito contagiosa e immediatamente comincio a sentirmi sempre più a mio agio: in me inizia ad insinuarsi una “leggera” voglia di correre. Mi trovo bene con loro, pur essendo dei veri e propri fuoriclasse, riescono a coinvolgerti e a darti la giusta carica e questo senso di beatitudine è singolare per me che di fatto sono un atavico lupo solitario, spesso mi piace correre da solo mentre i più preferiscono la compagnia. Non che appartenga propriamente alla categoria degli asociali, ma ogni tanto ritengo che la solitudine sia una condizione ineludibile da mettere nella corsa così come in certe fasi della vita e della quale difficilmente mi privo completamente.

Oltre al gruppo consolidato composto da Italo, Lanfranco, Vincenzo, Marco, Antonio (il nostro ultramaratoneta e capace di correre qualcosa come undici maratone in un anno) e la new entry, la simpaticissima Emanuela, ho modo finalmente di conoscere l’altrettanto estroverso Massimo detto er “dajeeeeeee”. Per i compagni d’allenamento non ho ormai più aggettivi: la loro bravura va di pari passo con la relativa qualità umana, Vincenzo poi, oltre al ruolo di coach e all’approccio professionale che ci mette, è evidente che nei “Grilli Runners” veda un gruppo principalmente di amici coi quali condividere l’esperienza di corsa e divertirsi.

L’ambiente è di quelli che piacciono a me: “ruspante” e semplice ma con un’organizzazione di gara semplicemente perfetta e professionale. Quasi mi sono pentito di non aver portato mia moglie ad assistere alla gara, ma la lunghezza della stessa l’avrebbe obbligata ad aspettarmi non poco: non potevo chiederle questo sacrificio anche questa volta visto che m’accompagna, spesso e volentieri, in molte delle gare che mi capita di correre fuori Roma.

La gara inizia e parto titubante con ancora il mio carico di dubbi: per me che non ho ovviamente alcuna velleità di classifica, essa rappresenta solamente un allenamento di lunghissimo che, a tre settimane dalla maratona, non posso imprudentemente forzare al massimo: devo essere in condizione di allenarmi con qualità già dal mercoledì successivo e completare la settimana con un’altra ottantina di km che è il carico settimanale standard, oltre che massimo, che posso ortopedicamente permettermi senza tra l’altro mettere significative settimane di scarico nel periodo specifico che precede le ultime due settimane prima della maratona.

Non avendo la più pallida idea di quale possa essere il mio ritmo maratona, inizialmente decido di “rallentare” di una quindicina di secondi al km il passo della Maratona di Firenze svolta quattro mesi prima. Mi rendo immediatamente conto che quel passo lo recepisco come estremamente facile e confortevole, fin troppo. Allora lo “accelero” in progressione di una decina di secondi a km concedendomi solo all’ultimo km un cambio di ritmo fino al passo della mezza: questo per verificare, dopo 33 km, quanta benzina avessi ancora in corpo. Con mia grossa sorpresa durante e al termine della gara ho avuto una percezione dello sforzo poco più che (relativamente) modesto, tant’è che per un attimo mi si era insinuato il dubbio che potessi condurla in maniera un po’ più qualitativamente aggressiva dei 5’/km finali di media, ma è durato un attimo: non avrebbe aggiunto nulla, anzi mi avrebbe forse un po’ depauperato organicamente e muscolarmente compromettendo parte dei lavori finali da inserire prima del grande giorno. La sensibilità al ritmo maratona sono solito ricercarla nella gara stessa: ogni maratona fa storia a sè e questo dipende da molti fattori che vanno da quelli climatici e ambientali a quelli relativi alla condizione che si ha proprio quel giorno.

Pur nella modestia dei miei risultati se si guardano in termini assoluti, c’è un aspetto tecnico del quale vado particolarmente fiero: la gestione del ritmo gara che spesso è certificato dai relativi split della prima e seconda parte. A Firenze, per fare un esempio, furono di 1.44.12 e 1.44.19 nonostante la seconda parte della Maratona di Firenze (come Roma tra l’altro) sia ben più impegnativa della prima.

Non voglio però dilungarmi su tecnicismi vari, non è questo lo scopo che mi ha indotto a scrivere  di questa bellissima esperienza passata a Rieti con gli amici dei “Grilli Runners”, ho cercato solo di spiegare, pur non riuscendoci completamente, quale sia il solco che viene scavato nell’anima di chi intimamente ama la maratona e forse irrazionalmente si ritrova coinvolto in stati emotivi contrastanti e che mutano di giorno in giorno, perfino di ora in ora, come nelle bellissime 2 ore e 45 minuti di questo viaggio correndo in un posto incantevole ma del quale non ricordo nulla. Ed è proprio questo l’aspetto più bello: una meravigliosa trance in cui ti riappropri delle tue convinzioni, della tua sicurezza e del tuo amore per questo sport ma che a chiamarlo solamente sport, è qualcosa di assolutamente riduttivo. I bei momenti passati con gli amici del gruppo nel pre e post gara invece li ricordo benissimo: se l’atto di correre a volte si può incidere solamente nel vento, i rapporti umani rimangono scolpiti nella pietra.